Lando Maria Sileoni
Segretario generale Fabi

Il caro affitti è ormai una piaga che attraversa tutte le grandi città italiane — Milano, Firenze, Roma, Torino, Bologna — e che colpisce in particolare i centri universitari. Quando per vivere in 10 metri quadrati servono quasi 500 euro al mese, non si tratta più di una questione di mercato, ma di un problema sociale che riguarda la dignità nazionale. Un Paese che non garantisce ai propri giovani un tetto sotto cui vivere è un Paese che fatica a guardare con fiducia al futuro.

Gli studenti e i giovani lavoratori sono le prime vittime di un sistema fuori controllo: anche chi lavora a tempo pieno non riesce più a permettersi un affitto decoroso. È una nuova emergenza che richiede risposte rapide e concrete. L’Italia è diventata un Paese dove un giovane laureato è costretto a scegliere tra due vie entrambe difficili: mantenersi da solo, rinunciando a costruire una famiglia, oppure crearsene una e vivere con un solo stipendio, spesso insufficiente a coprire le spese essenziali.

A questa situazione si sommano tassi sui mutui ancora troppo alti e affitti ormai insostenibili. Il tasso fisso medio si attesta al 3,71%. Nei grandi centri urbani il mercato immobiliare si è trasformato in una bolla speculativa che penalizza le fasce medio-basse e favorisce chi investe solo per trarne profitto. È indispensabile che anche le banche facciano la loro parte, riducendo i tassi sui mutui e sostenendo l’accesso al credito dei giovani. Serve un piano casa nazionale, con incentivi fiscali ai proprietari che accettano di calmierare i canoni, e un ritorno deciso all’edilizia pubblica e universitaria, ferma da troppi anni.

I Comuni e le Regioni devono affrontare in tempi rapidi la questione abitativa, rilanciando piani edilizi per la costruzione di nuove case. La premier Giorgia Meloni, due mesi fa, ha annunciato l’intenzione di intervenire con un emendamento in manovra per promuovere alloggi a prezzi accessibili e formule di affitto con possibilità di riscatto o coabitazione. È un passo importante, ma da solo non basta: bisogna coinvolgere maggiormente le banche nei progetti di housing sociale e rilanciare l’edilizia popolare destinata a giovani e lavoratori. La casa, come il lavoro, è un diritto costituzionale, non un privilegio.

E altrettanto urgente è aumentare gli stipendi: entro il 2026 scadrà la metà dei contratti collettivi in vigore, un terzo è già scaduto da oltre un anno e il 5% da più di due. C’è poi un tema culturale. Tra i giovani italiani e quelli del Nord Europa esiste una differenza profonda. Lì la proprietà della casa non è un obiettivo primario, e la mobilità del lavoro è un valore acquisito. In Italia, invece, la casa rappresenta un traguardo fondamentale, un punto di partenza per costruire una famiglia e un futuro stabile. Non è questione di modelli “giusti” o “sbagliati”: semplicemente, il nostro Paese ha un’altra storia, un’altra sensibilità e deve trovare risposte adeguate ai propri problemi.

Ma questa situazione produce anche una distorsione del mercato del lavoro: molti giovani accettano stipendi più bassi pur di vivere vicino al posto di lavoro. Stipendi, affitti e acquisti di casa sono oggi tre variabili inconciliabili. Con la fuga dei giovani all’estero, l’Italia corre il rischio di perdere il suo capitale umano migliore: studenti, professionisti, energie vitali che non vedono più un futuro qui. Le conseguenze economiche sono evidenti: meno consumi, meno crescita, meno futuro per tutti.

E se l’acquisto di case dovesse rallentare ulteriormente — nonostante i mutui siano in crescita di un miliardo al mese — inevitabilmente aumenterebbero gli affitti, già oggi ai massimi storici. Di fronte a questo scenario, parlare di “transizione digitale” o di “intelligenza artificiale” appare quasi paradossale, se un giovane non riesce neppure a permettersi un tetto. La questione della casa tocca non solo il futuro delle nuove generazioni, ma il presente di un Paese che deve ritrovare la forza di affrontare i suoi problemi con coraggio, visione e senso di giustizia sociale.