Un piano per colmare il divario nei finanziamenti verdi, rafforzare il ruolo pubblico e orientare i capitali privati verso gli obiettivi fissati alla Cop29 di Baku, a partire dal fondo Loss and Damage.

Il sistema attuale di finanziamento per il clima non basta. A dirlo è l’Independent High-Level Expert Group on Climate Finance (Ihleg), che ha pubblicato una roadmap incaricata dalle presidenze della Cop29 di Baku e della Cop30 di Belém. Il gruppo indica come obiettivo una mobilitazione di 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035 per sostenere i Paesi in via di sviluppo, più altri 50 miliardi per assicurare una transizione equa. Una cifra molto distante dagli attuali 190 miliardi annui, considerati insufficienti per rispondere alla crisi climatica e affrontare gli impatti più pesanti che colpiscono le economie più vulnerabili.

La roadmap parte dal fabbisogno crescente dei Paesi emergenti, esclusa la Cina, che entro il 2035 avranno bisogno di 3.200 miliardi l’anno per accelerare l’energia pulita, rafforzare le misure di adattamento, intervenire su perdite, danni e tutela del capitale naturale e assicurare un percorso di transizione che non lasci indietro le comunità più fragili. Per gli esperti, una quota decisiva di queste risorse – circa il 60% – dovrà provenire dai bilanci nazionali, resi più robusti da riforme come il taglio dei sussidi ai combustibili fossili, politiche più trasparenti e strumenti di carbon pricing, oltre a un lavoro strutturale sulla ristrutturazione del debito.

Parallelamente, le banche multilaterali di sviluppo dovranno triplicare i propri prestiti climatici, portandoli a una fascia compresa tra 160 e 240 miliardi l’anno, mentre i finanziamenti agevolati dell’Associazione internazionale per lo sviluppo dovrebbero crescere fino a 50-75 miliardi. Ma la leva più complessa riguarda il capitale privato: secondo l’Ihleg, servirà un aumento di quindici volte rispetto ai livelli attuali, fino a raggiungere 650 miliardi di dollari annui. Per convincere gli investitori a impegnarsi nei mercati emergenti, la roadmap insiste sulla necessità di strumenti che riducano il rischio percepito, dalle coperture contro il rischio di cambio ai modelli di finanziamento misto e alle strutture di cartolarizzazione, accompagnati da tassonomie climatiche più chiare e allineate. Il rapporto suggerisce anche nuove forme di raccolta, come il riciclo dei Diritti speciali di prelievo, prelievi di solidarietà sui trasporti internazionali e sui combustibili fossili o accordi di scambio debito-per-clima, oltre al contributo crescente di partnership filantropiche. Secondo Nicholas Stern, membro dell’Ihleg, la finanza pubblica deve avere un ruolo guida per generare fiducia e sbloccare i grandi volumi di capitale che oggi restano “congelati” nei mercati globali.

La roadmap si presenta così come una base tecnica e politica per dare concretezza agli impegni assunti alla Cop29 di Baku, soprattutto sul fronte del fondo Loss and Damage, e per preparare un negoziato più solido in vista della Cop30. Un tentativo di rafforzare l’architettura globale della finanza climatica mentre la crisi avanza più rapidamente della capacità dei sistemi economici di investirle le risorse necessarie.