La Banca centrale europea ha avviato il ciclo di taglio dei tassi nel giugno 2024, aprendo una nuova fase di allentamento monetario dopo il periodo più restrittivo degli ultimi decenni. In condizioni ordinarie, una riduzione del costo del denaro si traduce in una rapida riattivazione del credito e degli investimenti. Nell’eurozona, però, questa dinamica appare attenuata: il credito al settore privato non finanziario sta sì registrando una ripresa, ma in modo graduale e più lento rispetto ai precedenti cicli espansivi, restando ancora al di sotto della sua tendenza di lungo periodo stimata. Una situazione che solleva una domanda tutt’altro che secondaria: siamo davanti a un segnale di fragilità dell’economia europea oppure a un cambiamento strutturale che richiede nuove chiavi di lettura? Un’analisi pubblicata sul blog della BCE (realizzata da Paola Di Casola, Caterina Mendicino, Giulio Nicoletti e Ana Skobla) aiuta a mettere a fuoco il quadro. Secondo lo studio, tutte le principali fonti di finanziamento esterno per le imprese – prestiti bancari e non bancari, credito commerciale, capitale azionario – risultano deboli rispetto agli standard storici. In altre parole, le imprese si stanno indebitando meno di quanto ci si attenderebbe sulla base delle attuali condizioni macroeconomiche e della fase di politica monetaria in corso. Questo scarto rispetto ai modelli tradizionali suggerisce che il meccanismo di trasmissione della politica monetaria, pur funzionando, opera oggi in un contesto profondamente diverso dal passato.

A frenare il recupero del credito non sono solo fattori congiunturali, ma anche elementi strutturali. La demografia negativa incide sulla propensione a investire e consumare, riducendo la domanda di finanziamenti a lungo termine. I modelli di consumo si stanno spostando sempre più verso i servizi, meno capital intensive rispetto ai beni durevoli. A questo si aggiunge un livello di incertezza ancora elevato, legato a tensioni geopolitiche, prospettive di nuovi dazi, transizione climatica e trasformazione tecnologica, che spinge imprese e famiglie a un atteggiamento più prudente nelle decisioni finanziarie e negli investimenti. Il risultato è un’economia che cresce, ma senza la spinta tradizionale del credito come motore principale dell’espansione.

Quindi, la situazione è davvero preoccupante? Se il parametro di riferimento resta il modello di crescita pre-2020, basato su espansione del credito, investimenti e consumi finanziati in modo crescente, la risposta potrebbe essere affermativa. Ma se si accetta l’idea che l’eurozona stia entrando in una fase di trasformazione strutturale, caratterizzata da crescita più moderata, selettiva e qualitativa, il quadro cambia. Gli stessi autori dello studio BCE sottolineano che il divario tra i livelli di credito osservati e quelli storici potrebbe ridursi gradualmente, con il dispiegarsi degli effetti dell’allentamento monetario, l’adattamento del sistema finanziario e la progressiva riduzione dell’incertezza. Il percorso, tuttavia, resta incerto e non rapido, perché influenzato da fattori ciclici e strutturali intrecciati tra loro.

Il nodo centrale non è tanto la quantità di credito, quanto la sua funzione economica e sociale. La BCE ribadisce il ruolo centrale del credito nel sostenere gli investimenti e l’attività dell’economia reale, ma in una fase come questa diventa decisivo interrogarsi anche sulla qualità delle allocazioni finanziarie. Se osserviamo lo scenario con la lente della finanza sostenibile, il rallentamento strutturale dei flussi creditizi non rappresenta solo una criticità, ma anche una leva: meno crescita quantitativa del credito significa maggiore responsabilità nella sua destinazione, maggiore attenzione alla coerenza tra finanza, transizione ecologica, trasformazione digitale e impatto sociale. Più che un segnale di crisi imminente, la lenta ripresa del credito sembra quindi riflettere una nuova normalità economica: meno espansiva, più prudente, attraversata da cambiamenti demografici, tecnologici e produttivi profondi. Preoccuparsi è legittimo, ma il vero rischio non è la lentezza del credito in sé, bensì l’incapacità di orientarlo verso investimenti capaci di sostenere una crescita di lungo periodo, inclusiva e sostenibile. È su questo terreno, più che sui semplici indicatori quantitativi, che si giocherà la partita economica europea dei prossimi anni.