La lotta all’evasione fiscale in Italia ha portato a un risultato significativo: 25 miliardi di euro recuperati in un anno. A favorire questo trend sono stati strumenti digitali come la fatturazione elettronica, la trasmissione telematica dei corrispettivi e lo “spit payment”. Ora l’attenzione si sposta su nuove tecnologie, in particolare sull’intelligenza artificiale, che potrebbe offrire ulteriori opportunità ma anche rischi. Nel corso di un’audizione alla Commissione di vigilanza sull’anagrafe tributaria, i vertici di Bankitalia hanno sottolineato progressi, criticità e prospettive future. L’analisi sul Messaggero, firmata da Andrea Bassi.
L’AUDIZIONE
ROMA In Italia si evade sempre meno. Già negli anni scorsi la stima delle tasse sottratte al Fisco annualmente era scesa sotto la fatidica soglia dei 100 miliardi. Adesso siamo arrivati a 72 miliardi. Vuol dire che è scesa di ben 25 miliardi dai 97 miliardi del 2017. Non che la propensione all’evasione cambiata fosse una buona strana, da un calo dal 24 per cento al 15 per cento del cosiddetto “tax gap”, vale a dire la differenza tra le tasse “storiche” che gli italiani dovrebbero versare e quelle che invece poi effettivamente versano. Questi dati, citati ieri durante un’audizione nella Commissione di vigilanza sull’anagrafe tributaria, sono stati ricordati da Giacomo Ricotti, il responsabile del servizio fiscale della Banca d’Italia. I numeri sono contenuti nella «Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione», dell’Istat, ma fino ad oggi erano passati abbastanza sottotraccia. L’evidenza, insomma, fa più notizia quando sale che quando scende.
Ma il punto è un altro, e riguarda la domanda di fondo: gli italiani si sono riconciliati con il Fisco e hanno smesso di evadere? Non proprio. Come ha sottolineato Ricotti nella sua audizione, stanno funzionando, e molto bene, diversi degli strumenti “digitali” messi in campo negli ultimi anni per rendere più complessa l’elusione fiscale.
Prendiamo l’Iva, la tassa maggiormente evasa ma che è anche quella dove la riduzione del tax gap è stata maggiore. Questo risultato, ha spiegato Ricotti, è presumibilmente dovuto a una serie di provvedimenti varati negli ultimi anni: lo split payment, ossia il meccanismo per il quale a versare l’Iva non è più il fornitore ma il cliente, la fatturazione elettronica, la trasmissione telematica dei corrispettivi. Tutti strumenti che hanno determinato un potenziamento del sistema informativo.
Ma al calo dell’evasione Iva – ha spiegato ancora il dirigente della Banca d’Italia – hanno contribuito, in maniera significativa, nel biennio 2020-2021, anche fattori specifici legati alla pandemia e all’aumento di acquisti sul web.
Ma quello della fatturazione elettronica, in particolare, è uno di tanti che fa svettare il nostro Paese in una posizione di rispetto rispetto ai grandi partner stranieri. «L’analisi condotte – ha osservato il responsabile di Bankitalia – mostrano un divario contenuto tra i Paesi più rilevanti, delineando un panorama complessivamente omogeneo in cui l’Italia si distingue per alcune eccellenze consolidate, tra cui il ruolo pionieristico nell’adozione su larga scala della fatturazione elettronica». Inoltre, l’Italia è anche l’unico, tra i principali Paesi, che si avvale della trasmissione telematica dei corrispettivi.
C’è poi la prossima frontiera, che è quella dell’introduzione dell’intelligenza artificiale. Le prospettive sono certamente promettenti, ma bisogna andarci con i piedi di piombo. «L’utilizzo di strumenti di AI – ha spiegato Ricotti – può servire come supporto al potere dell’amministrazione finanziaria umana, ma non può mai sostituirsi a esso in una funzione di guida autonoma». Il costante presidio umano è garanzia, oltre che della bontà dei risultati, di trasparenza e tutela dei diritti fondamentali dei contribuenti.
Proviamo a vedere meglio quali sono le preoccupazioni di Bankitalia sull’uso dell’intelligenza artificiale applicata alla lotta all’evasione. Oggi si usano tecniche avanzate di elaborazione di grandi quantità di dati, come il data mining, il machine learning fino ad arrivare all’AI generativa. Il passaggio è chiaro: quello che si può fare sfruttando i dati presenti nei file, il sistema informativo della fiscalità, ha pochi confini. Si tratta di tecnologie, ha ammesso Ricotti, che «aumentano l’efficienza dell’amministrazione finanziaria nelle attività svolte».
Di più, si può arrivare anche ad un «accertamento svolto nel contenzioso», un controllo perenne dei contribuenti. La stessa eleganza dell’elaborazione promuove l’impiego dell’AI per migliorare l’efficacia dei rischi. Ma, ha spiegato Ricotti, dietro questi vantaggi «sottendono pericoli, soprattutto con riferimento alla Gen-AI». Questo anche perché «i modelli di machine learning, inclusi i Large Language Models (LLM), possono apprendere pattern non affidabili o riprodurre bias eventualmente presenti nei dati di addestramento fornendo risultati inaccurati, le cosiddette allucinazioni o discriminazioni», che hanno conseguenti possibili «controversie giudiziali e, in ultima istanza, ad una perdita di fiducia nell’operato dell’amministrazione finanziaria». Ed è per questo, come del resto è previsto dalla norme, che l’ultima parola debba spettare sempre a un funzionario dell’Agenzia. Un essere umano.







