Da qualche tempo, soprattutto nel dibattito pubblico più generalista, si parla di una presunta perdita di slancio della finanza sostenibile. L’idea che gli investimenti ESG abbiano esaurito la loro spinta, o che stiano attraversando una crisi strutturale, si è fatta strada tra backlash politici, tensioni geopolitiche e continui cambi normativi. Ma osservando il settore con lo sguardo dei numeri e dei flussi di capitale, il quadro che emerge è molto diverso.

Nel 2026 il Forum per la Finanza Sostenibile celebra i suoi 25 anni di attività, un traguardo che coincide con una fase di maturità del mercato ESG. Quando l’associazione nacque, nel 2001, parlare di criteri ambientali, sociali e di governance nei processi di investimento era ancora un esercizio pionieristico, limitato a poche esperienze di finanza etica. Oggi, a distanza di un quarto di secolo, l’integrazione ESG è diventata un fattore strutturale nelle strategie di allocazione del capitale, soprattutto per gli investitori istituzionali. Un primo segnale chiaro arriva proprio dalla base associativa del Forum, che ha raggiunto 174 aderenti, in crescita nonostante un contesto che avrebbe fatto presagire una contrazione. L’aumento riguarda tutte le principali categorie: fondi pensione, casse di previdenza, banche, SGR, assicurazioni e associazioni di categoria. Una dinamica che suggerisce come l’interesse verso la finanza sostenibile resti trasversale e ben radicato, ben oltre le oscillazioni della narrativa mediatica.

Secondo Francesco Bicciato, direttore generale del Forum per la Finanza Sostenibile, ci troviamo di fronte a uno scarto evidente tra percezione e realtà. Da un lato, si parla di crisi dell’ESG; dall’altro, i dati mostrano che la finanza sostenibile continua a essere considerata un driver strategico, soprattutto da chi investe con un orizzonte di lungo periodo. Un aspetto tutt’altro che marginale, se si considera che sono proprio gli investitori istituzionali a orientare le traiettorie del mercato. A rafforzare questa lettura contribuisce anche l’evoluzione della green economy globale. Il valore complessivo del settore ha raggiunto i 5.000 miliardi di dollari e le stime indicano una crescita annua intorno al 6%, con il superamento dei 7.000 miliardi previsto entro il 2030. All’interno di questo perimetro rientrano anche gli strumenti finanziari green, dai green bond alle soluzioni di finanza per la transizione, che continuano ad ampliarsi. Alcuni comparti si stanno affermando come veri motori di sviluppo. Trasporti e mobilità sostenibile, ad esempio, registrano una dinamica particolarmente significativa: nel 2025, per la prima volta, le nuove immatricolazioni di veicoli elettrici hanno superato quelle dei veicoli endotermici. Un segnale che va oltre il dato contingente e indica una trasformazione strutturale dei modelli industriali. Accanto alla mobilità, crescono rapidamente settori come la gestione del carbonio e del metano, l’agricoltura sostenibile, l’uso efficiente del suolo, l’economia circolare e la gestione dei rifiuti. Ambiti che non offrono solo benefici ambientali e sociali, ma presentano anche opportunità economiche concrete nell’economia reale, ampliando il bacino di aziende investibili per i portafogli ESG.

La dimensione finanziaria resta centrale. Tra il 2020 e il 2024, le società quotate con una forte esposizione a ricavi green hanno registrato una crescita dei ricavi doppia rispetto alle aziende tradizionali. Un dato che si accompagna a un aumento costante degli investimenti in tecnologie verdi e a un’intensificazione dell’innovazione, sempre più riconosciuta come fattore competitivo. Anche il costo del capitale racconta una storia chiara. Le imprese che generano oltre il 50% dei ricavi da attività green presentano mediamente un costo del capitale inferiore e valutazioni di mercato più elevate, nell’ordine del 12–15%, rispetto ai competitor non green. Un indicatore diretto della fiducia degli investitori e della percezione di maggiore solidità finanziaria. Sul fronte energetico, le performance migliori si concentrano nelle aziende che ricavano almeno il 5% dei propri ricavi dalle rinnovabili. Inoltre, una quota significativa delle riduzioni di emissioni è oggi ottenibile grazie a tecnologie già disponibili, i cui costi sono crollati negli ultimi quindici anni: -90% per il solare, -50% per l’eolico, -90% per le batterie. Un fattore che rende la transizione non solo necessaria, ma anche economicamente sostenibile. I flussi verso i fondi ESG confermano il trend. Secondo Morningstar, a settembre 2025 il patrimonio globale dei fondi sostenibili ha superato i 3.700 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai mesi precedenti. I tassi di crescita non sono più quelli esplosivi della prima fase, ma il segno resta positivo, coerente con un mercato che sta entrando in una fase di consolidamento. Particolarmente significativa è la propensione degli investitori istituzionali italiani. Nel 2025 i piani previdenziali che effettuano investimenti ESG sono saliti a 95, rispetto ai 79 dell’anno precedente, e una quota crescente di questi applica criteri ESG su oltre il 75% del patrimonio. Anche le fondazioni di origine bancaria e le compagnie di assicurazione mostrano livelli di integrazione sempre più elevati. Se davvero la finanza sostenibile fosse in ritirata, i dati sarebbero ben diversi. Al contrario, l’attenzione verso i criteri ESG continua a crescere proprio tra gli attori che ragionano sul lungo periodo. Un segnale che rafforza una conclusione ormai difficile da smentire: investire in modo sostenibile non è una moda passeggera, ma una trasformazione strutturale del modo in cui il capitale viene allocato, con implicazioni rilevanti anche in termini di rendimento e resilienza dei portafogli.