Un nuovo orizzonte per la finanza sostenibile
La finanza europea sta cambiando passo. Non più solo capitali destinati ad aziende già “verdi”, ma investimenti che accompagnano chi sta affrontando la propria transizione verso la sostenibilità. È questa la logica dei fondi di transizione, la nuova frontiera dell’ESG descritta in un’analisi appena pubblicata dall’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA).
Si tratta di fondi che finanziano la trasformazione dei settori più difficili da decarbonizzare – industria pesante, materiali, trasporti – aiutando l’economia reale a ridurre le emissioni.
Una nicchia in crescita rapida
Alla fine del 2024 erano già 121 i fondi di transizione attivi in Europa, per un totale di circa 30 miliardi di euro in gestione. In due anni la loro quota è più che raddoppiata, passando dal 2 al 5% del mercato ESG. Numeri ancora modesti, ma che delineano un trend solido e in accelerazione: secondo ESMA, questa categoria potrebbe presto diventare uno dei pilastri della finanza sostenibile europea.
Obiettivi misurabili e portafogli “in movimento”
La maggior parte dei fondi definisce obiettivi di transizione a livello di portafoglio, come la riduzione progressiva delle emissioni o l’aumento dell’esposizione verso attività “verdi”. Circa il 62% adotta target dinamici, con tappe di miglioramento nel tempo, e due terzi fissano obiettivi misurabili con scadenze precise. Alcuni fondi si spingono fino ad allineare le proprie strategie al ritmo di riduzione del 7% annuo previsto dagli indici climatici europei.
Tuttavia, solo il 43% dichiara di voler generare impatti diretti sull’economia reale, come la riduzione effettiva delle emissioni delle aziende partecipate. Nessun fondo lega però i risultati unicamente a tali impatti, poiché – sottolinea l’ESMA – gli esiti dipendono anche da fattori esterni come politiche pubbliche e innovazione tecnologica.
Le tre leve della transizione
I fondi di transizione operano su tre piani complementari: il Positive screening, una selezione di imprese che mostrano una reale prontezza alla transizione, con piani credibili e obiettivi scientificamente validati; il Negative screening, l’esclusione di società che non rispettano criteri climatici minimi o non hanno un piano di allineamento credibile; infine, l’Engagement, la leva più attiva e distintiva, che include il dialogo diretto con le imprese, il voto in assemblea e – se necessario – azioni di pressione o disinvestimento.
Secondo ESMA, l’88% dei fondi europei utilizza l’engagement in modo sistematico, spesso fissando obiettivi e tempistiche per misurare i progressi.
Scienza e dati: la bussola della transizione
Oltre il 64% dei fondi si affida a dati prospettici, come i Science-Based Targets (SBTs) o i piani di transizione climatica, per individuare le imprese più credibili. Le aziende con SBT approvati rappresentano mediamente la metà dei portafogli, segno di un approccio sempre più scientifico alla selezione. Restano però margini di miglioramento nella trasparenza dei rating ESG: oltre l’80% dei fondi utilizza metriche interne, ma spesso senza specificare metodologie o fornitori, rendendo difficile la valutazione esterna della solidità dei criteri adottati.
Dove investono davvero i fondi di transizione
Rispetto ai fondi ESG tradizionali, quelli di transizione mostrano una maggiore esposizione ai settori industriali e dei materiali di base, con un +5-10 punti percentuali in media. È qui che la transizione si gioca davvero, e dove il capitale può fare la differenza.
Parallelamente, crescono gli investimenti in aziende che sviluppano soluzioni climatiche – dall’energia pulita alla cattura del carbonio – e in società con obiettivi climatici certificati. La componente azionaria è dominante (60-65% del portafoglio), a conferma della volontà dei gestori di influenzare direttamente le scelte aziendali e stimolare un cambiamento concreto.
Verso una nuova categoria nel regolamento europeo
L’ESMA riconosce che i fondi di transizione rappresentano una frontiera avanzata della finanza sostenibile, ma oggi il Regolamento SFDR non li inquadra ancora in modo esplicito. La loro rapida crescita rende urgente una categoria dedicata, che permetta di riconoscerli, regolarli e proteggerli dal rischio di greenwashing. Per essere credibile, questa nuova cornice dovrà poggiare su dati verificabili, metriche trasparenti e un impegno reale con le imprese. Solo così la finanza potrà svolgere fino in fondo il proprio ruolo: trasformare la transizione ecologica da vincolo economico in opportunità di crescita sostenibile.







