La ricerca dell’Università Liuc
In un Paese che ambisce a una transizione equa e sostenibile, l’autonomia economica dei giovani dovrebbe essere una priorità strategica. E invece in Italia si allontana sempre di più. Secondo la ricerca dell’Università Liuc, presentata durante l’evento “YES – Youth Enhancement Score: la bussola per ricostruire la prospettiva dei giovani” e realizzata con Fsi, Ey e Aifi, la cosiddetta “maturità” – intesa come indipendenza economica e costruzione di legami stabili al di fuori della famiglia d’origine – viene raggiunta ben oltre i 40 anni. In altri Paesi europei, come Danimarca, Germania e Paesi Bassi, questo traguardo arriva già tra i 25 e i 30 anni.
Un divario generazionale che pesa sulla crescita sostenibile
I giovani rappresentano una risorsa centrale per innovazione, competitività e coesione sociale. Ma i dati raccontano una realtà fragile. In Italia i Neet tra i 15 e i 35 anni raggiungono il 18%, con un forte squilibrio territoriale: Nord e Centro si avvicinano alle medie europee, mentre Sud e Isole sfiorano il 30%, delineando una frattura che minaccia la sostenibilità sociale del Paese. Anche la dimensione di genere è significativa: il peso del ruolo di caregiver incide in modo rilevante sulla partecipazione femminile, alimentando un circolo vizioso tra disoccupazione, precarietà e dipendenza economica.
Precarietà e fuga dei talenti: un doppio colpo al futuro
Il quadro si complica ulteriormente osservando le condizioni occupazionali. Il 40% degli under 35 è impiegato con contratti precari, un dato che mina stabilità, pianificazione di vita e capacità di investimento personale. A questo si aggiunge un fenomeno ormai strutturale: la migrazione dei giovani laureati. In dieci anni il numero di chi lascia l’Italia è più che raddoppiato, arrivando a 29 mila nel 2023, con una perdita stimata di circa 3 miliardi di euro solo nell’ultimo anno per i costi di formazione dei talenti emigrati. Veneto, Lombardia e Lazio sono le principali regioni di partenza, mentre Germania, Svizzera e Spagna le mete più ambite. Le ragioni? Opportunità di lavoro all’estero e carenza di prospettive nel Paese, con quasi il 39% dei giovani che considera improbabile un rientro.
Autonomia giovanile come investimento ESG
In ottica di finanza sostenibile, questi dati non sono solo una questione sociale ma un campanello d’allarme economico. La mancata valorizzazione dei giovani indebolisce la capacità del sistema produttivo di innovare e riduce il potenziale di crescita inclusiva. Rafforzare l’accesso a lavoro stabile, formazione di qualità e strumenti di autonomia significa investire in un capitale umano indispensabile per la transizione ecologica e digitale.
Il ruolo delle istituzioni e dell’università
«Le Università devono fare la loro parte, fornendo ai giovani gli strumenti per affrontare le sfide del futuro e farsi portavoce presso le istituzioni per creare le condizioni necessarie a trattenere i migliori talenti», ha sottolineato Anna Gervasoni, rettore della Liuc. Un richiamo che suona come un appello collettivo: senza politiche strutturali per l’indipendenza economica delle nuove generazioni, la sostenibilità rischia di restare un obiettivo dichiarato, ma non realizzato.







