Quando la sostenibilità diventa un’etichetta vuota
La finanza etica nasce per convogliare i risparmi verso progetti che generano valore sociale, ambientale e umano. Il Gruppo Banca Etica lo ha ribadito con forza, ricordando che la vera missione del credito responsabile è sostenere filiere generative e rigenerative, come l’economia sociale, le imprese virtuose e i progetti di inclusione. «Attraverso un simile incanalamento dei capitali – scrive il presidente Aldo Soldi – la buona finanza assolve una funzione di servizio per il benessere collettivo». Eppure, mentre l’Unione Europea spinge su piani miliardari di riarmo – basti citare il ReArm Europe da 800 miliardi di euro – una parte crescente della finanza, pubblica e privata, sembra allontanarsi da questi principi. È qui che nasce il paradosso: fondi che investono in armi possono oggi essere classificati come “sostenibili”.
Il caso limite: un fondo “verde” che finanzia la difesa

Come denuncia Andrea Baranes della Fondazione Finanza Etica, il percorso europeo per definire i confini della finanza sostenibile si è progressivamente indebolito. «Si è arrivati al punto – spiega – di autorizzare come sostenibile un fondo che investe esplicitamente in armi, non marginalmente, ma in modo esclusivo». L’unico criterio di “etica” applicato da questo fondo consiste nell’escludere le imprese coinvolte nella produzione di mine antiuomo, armi chimiche o uranio impoverito. Un compromesso che svuota di significato il concetto stesso di sostenibilità. Il fenomeno non è isolato: un’inchiesta di Bloomberg rivela che i fondi europei che investono in settori legati alla sicurezza sono cresciuti del 50% in due anni, passando da 1.339 nel 2022 a oltre 2.000 oggi, con un valore complessivo di 20 miliardi di dollari investiti in società della filiera bellica.
Risparmiatori coinvolti loro malgrado
Il problema non riguarda solo le grandi istituzioni, ma anche i cittadini comuni. I fondi pensione, i fondi di investimento, le assicurazioni e le banche utilizzano il risparmio dei clienti retail per alimentare questi portafogli. «Un investitore europeo che oggi volesse dire: non voglio che i miei soldi finiscano in aziende di armi, non dispone più di una definizione univoca per farlo», osserva Baranes. Eppure, le ricerche mostrano un dato chiaro: la maggior parte dei risparmiatori chiede trasparenza e desidera che i propri soldi siano coerenti con i propri valori, rifiutando l’idea di finanziare il settore bellico.

Il nodo etico e semantico: quando la difesa diventa business
Dietro la ridefinizione del linguaggio – “difesa”, “sicurezza”, “deterrenza” – si cela un cambiamento profondo. Come evidenzia Baranes, c’è una differenza sostanziale tra scelte politiche di geopolitica e logiche di mercato che producono armi per profitto. La corsa al riarmo viene così ammantata di una presunta “responsabilità sociale”, mentre la finanza etica rischia di diventare un concetto decorativo, utile a tranquillizzare investitori e opinione pubblica.
Trasparenza come unica bussola
In questo contesto, la risposta – secondo la Fondazione Finanza Etica – è solo una: trasparenza. Pubblicare chiaramente le esclusioni, indicare le imprese finanziate, permettere ai cittadini di scegliere consapevolmente dove vanno i propri risparmi. «La finanza sostenibile esiste ancora – conclude Baranes – ma bisogna informarsi. Oggi, ciò che viene venduto come etico spesso non lo è più. Sta a noi pretendere chiarezza e coerenza».







