Può la finanza sostenibile includere l’industria delle armi senza snaturarsi? E soprattutto: chi stabilisce oggi il confine tra ciò che è sostenibile e ciò che non lo è più? Le ultime evoluzioni del quadro europeo sulla finanza ESG riaprono una frattura che attraversa da tempo il settore, ma che ora emerge in tutta la sua evidenza. Con un aggiornamento entrato in vigore all’inizio del 2026, l’Unione europea ha ridefinito i criteri di esclusione per gli investimenti sostenibili, limitandoli alle cosiddette “armi proibite” dai trattati internazionali. Restano fuori mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e biologiche. Rientrano invece le armi nucleari, precedentemente classificate come “controverse”. Una scelta che, più che fornire certezze, moltiplica le domande. Il contesto è noto. L’Europa si trova a finanziare un cambio di passo nella spesa per la difesa, in un quadro geopolitico segnato da conflitti aperti e tensioni crescenti. L’accesso ai capitali ESG viene individuato come uno dei canali possibili per sostenere questo sforzo. Ma è proprio qui che il paradigma della finanza sostenibile viene messo alla prova: può adattarsi alle esigenze della sicurezza senza perdere la propria identità? Dal punto di vista normativo, la risposta sembra essere affermativa: il quadro europeo non vieta in modo esplicito gli investimenti nella difesa, lasciando ampi margini di discrezionalità ai gestori e ai provider di rating ESG. Nella pratica, però, questa flessibilità rischia di tradursi in ambiguità. Non tanto per gli operatori professionali, quanto per gli investitori che si affidano all’etichetta ESG come indicatore sintetico di coerenza valoriale. Il tema non è nuovo. Già dopo l’invasione dell’Ucraina, i fondi ESG avevano aumentato in modo significativo l’esposizione verso il comparto della difesa, segnalando come, nei momenti di crisi, la sostenibilità venga spesso reinterpretata alla luce della “necessità”. L’aggiornamento normativo sembra quindi meno una svolta improvvisa e più una formalizzazione di un processo già in corso. Le reazioni, tuttavia, restano polarizzate. Per una parte del mondo della finanza sostenibile, includere le armi – anche se non proibite – equivale infatti a oltrepassare una linea rossa. Il rischio è duplice: da un lato, svuotare di significato un concetto costruito faticosamente negli anni; dall’altro, rendere sempre più difficile per l’investitore distinguere tra ciò che è coerente con i propri principi e ciò che non lo è. C’è chi propone una separazione più netta dei perimetri: fondi dedicati alla difesa, esplicitamente dichiarati come tali, e fondi ESG che mantengano esclusioni stringenti. Una soluzione che aumenterebbe la trasparenza, ma che si scontra con la tendenza opposta del mercato, orientata ad ampliare – non restringere – le definizioni. Altri osservatori invitano invece a evitare letture ideologiche: la difesa, ricordano, non è mai stata completamente esclusa dalla finanza sostenibile, soprattutto quando legata alla sicurezza nazionale e all’ordine pubblico. In questo senso, l’Unione europea non avrebbe fatto altro che prendere atto di un nuovo scenario, meno “naif” rispetto al passato, in cui la sicurezza era garantita da fattori esterni.

Resta però una distinzione difficile da eludere: se il finanziamento della difesa può essere considerato legittimo, la sua qualificazione come “sostenibile” è un passaggio ulteriore, tutt’altro che neutro. E il caso delle armi nucleari rende questa ambiguità particolarmente evidente. Possono davvero rientrare in una logica di sostenibilità strumenti la cui funzione ultima è la deterrenza attraverso la distruzione potenziale? Il dibattito non riguarda solo i criteri ESG, ma la loro funzione. Sono uno strumento tecnico di gestione del rischio o un meccanismo di indirizzo politico e sociale dei capitali? Possono tenere insieme esigenze economiche, sicurezza e valori, oppure sono destinati a piegarsi alle contingenze del momento?

Mentre il perimetro della finanza sostenibile si espande, cresce il rischio che diventi sempre meno riconoscibile. E forse è proprio questo il nodo centrale del confronto che si sta aprendo: non se l’industria della difesa debba essere finanziata, ma se l’ESG possa continuare a significare qualcosa di condiviso, in un mondo che chiede alla finanza di essere, allo stesso tempo, etica e strategica.