Lo smart working nella nuova normalità

Lo smart working non è un concetto nuovo, ma gli eventi degli ultimi anni, in particolare la pandemia, hanno messo in evidenza il ruolo di questa modalità di lavoro nella vita quotidiana e nel futuro delle organizzazioni. Oggi, che il lavoro da remoto è parte integrante della realtà di molte aziende, la domanda centrale è: quale impatto può avere sul piano della sostenibilità? A provare a rispondere è il rapporto “Sustainable Smart Working”, realizzato dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale, che indaga le percezioni e le aspettative di quattro generazioni di italiani — Gen Z, Millennial, Gen X e Baby Boomer — evidenziando come l’età possa influenzare le opinioni sul cambiamento digitale in corso.

Benefici ambientali e generazionali

Secondo lo studio, oltre tre italiani su quattro ritengono che ridurre gli spostamenti tramite il lavoro a distanza rappresenti un vantaggio per l’ambiente. Il consenso, però, varia significativamente tra le generazioni: se il 28% della Gen Z e il 26% dei Millennial concordano pienamente, la percentuale scende al 15% tra i Baby Boomer. In altre parole, la convinzione sull’impatto positivo dello smart working cresce tra i più giovani, mentre aumenta l’incertezza tra le generazioni più mature. Simili differenze emergono anche sulla capacità del lavoro da remoto di riequilibrare i carichi familiari tra uomini e donne. Il 74% degli intervistati considera lo smart working uno strumento utile in questo senso, con i Millennial più convinti e i Baby Boomer meno. Le posizioni intermedie mostrano che, pur esistendo sensibilità crescente sul tema, la consapevolezza rimane da consolidare.

Equilibrio vita-lavoro e produttività

Il 70% degli intervistati ritiene che il lavoro a distanza migliori l’equilibrio tra vita personale e professionale, con una piena adesione più marcata tra i 18 e i 44 anni. La percezione di beneficio diminuisce progressivamente tra Gen X e Baby Boomer, suggerendo una maggiore difficoltà delle generazioni mature ad adattarsi a nuove modalità lavorative. Analogamente, lo smart working è considerato uno strumento efficace per aumentare la produttività e generare benefici aziendali. Il 75% della Gen Z e il 76% dei Millennial lo riconoscono, mentre nella Gen X la quota scende al 65%, per risalire al 70% tra i Baby Boomer. In questo caso, dunque, non emerge una correlazione netta tra età e percezione dei risultati in termini di produttività.

L’altra faccia dello smart working: l’isolamento

Dalla ricerca emerge anche un lato critico dello smart working: circa due italiani su tre (66%) si sentono isolati, con minori possibilità di interazione con i colleghi. I più critici sono i Millennial, il 71% dei quali percepisce un senso di isolamento, mentre la percentuale cala progressivamente tra Gen Z, Gen X e Baby Boomer. Il dato evidenzia come la socialità e la collaborazione restino una componente fondamentale del lavoro e come l’esperienza del remoto non sia uguale per tutti.

Inclusione, competenze e sostenibilità

Il rapporto conferma un’Italia divisa: per i più giovani, lo smart working è soprattutto opportunità e flessibilità; per le generazioni più mature, rimane uno strumento ancora da comprendere appieno. Come sottolinea Stefano Epifani, Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, lo smart working può essere uno dei volani più potenti di innovazione organizzativa e sostenibilità sociale e ambientale, a patto che sia accessibile a tutti. Investire in competenze digitali, cultura inclusiva e formazione è fondamentale per colmare i divari generazionali e garantire che il lavoro da remoto non diventi un privilegio, ma una risorsa sostenibile e centrata sulle persone.