Uno studio della Banca d’Italia quantifica il vantaggio ambientale del lavoro da remoto: meno spostamenti, meno CO₂, con una riduzione complessiva del 31,5% rispetto al 2019

Lo smart working fa bene all’umore, alla produttività e alla conciliazione vita-lavoro. Ma c’è un effetto spesso sottovalutato che oggi entra finalmente nel campo dei numeri misurabili: l’impatto ambientale. A dimostrarlo, con un’analisi rigorosa e replicabile, è un’indagine della Banca d’Italia confluita in un occasional paper dedicato al modello di lavoro ibrido, che integra presenza e attività da remoto. Il punto di partenza è semplice: quando si lavora da casa si evitano spostamenti quotidiani, con un risparmio di emissioni che, però, va “bilanciato” con i consumi energetici aggiuntivi che aumentano nelle abitazioni. L’interesse dello studio è proprio questo: misurare con precisione l’energia in più utilizzata per riscaldamento, raffrescamento, illuminazione e dispositivi, per capire se il saldo sia davvero positivo. I risultati parlano chiaro. Per un dipendente di Bankitalia, le emissioni medie giornaliere legate al tragitto casa-lavoro sono pari a 4,1 chilogrammi di CO₂ equivalente. A fronte di ciò, una giornata di lavoro da remoto produce 1,1 kg di CO₂e, associati agli extra consumi domestici. In altre parole: anche considerando l’energia in più usata a casa, lavorare a distanza “costa” al clima circa un quarto rispetto alla presenza in ufficio.

Entrando nel dettaglio, l’analisi scompone il contributo emissivo del lavoro da remoto: 0,688 kg di CO₂e sono attribuibili al riscaldamento degli ambienti, 0,327 kg al raffrescamento e 0,084 kg a pc e illuminazione. Una fotografia che rende evidente come la variabile più impattante restino gli spostamenti: ridurli significa agire direttamente su una delle componenti quotidiane più rilevanti dell’impronta individuale.

Il dato più significativo arriva però su scala complessiva. Nel 2024, grazie al lavoro ibrido, Bankitalia avrebbe registrato una riduzione del 31,5% delle emissioni di gas serra legate sia agli spostamenti sia al lavoro da remoto, rispetto ai livelli del 2019. Un risultato che tiene conto dell’articolazione territoriale dell’Istituto, presente in maniera capillare lungo la Penisola, e che quindi restituisce una misura realistica, non limitata a un singolo contesto urbano. La vera forza di questo lavoro, oltre ai numeri, sta nel metodo: un modello di valutazione che può diventare uno strumento di analisi costi-benefici per qualunque organizzazione, pubblica o privata, intenzionata a impostare politiche di smart working sostenibili e misurabili. In un’epoca in cui la transizione ecologica ha bisogno di soluzioni concrete, quotidiane e replicabili, anche una scelta organizzativa può trasformarsi in una leva climatica. E forse è proprio qui la notizia: il lavoro ibrido non è soltanto una questione di flessibilità. È un intervento “infrastrutturale” leggero, che non richiede grandi opere, ma ridisegna abitudini, mobilità e consumi. E quando i comportamenti cambiano davvero, l’ambiente se ne accorge.